NemoDSA 2016–2026: dieci anni in cui nessuno ha dovuto scalare lo stesso albero

Dieci anni di persone, inclusione, tecnologia e futuro. La storia di un’associazione nata per sostenere chi vive i Disturbi Specifici dell’Apprendimento e diventata, nel tempo, un punto di incontro tra famiglie, scuola, professionisti, territorio e innovazione.

Ci sono anniversari che servono a contare gli anni e anniversari che invitano, invece, a misurare la strada percorsa. Il decennale di NemoDSA, dal 2016 al 2026, appartiene certamente alla seconda categoria. Dieci anni sono abbastanza per osservare quanto sia cambiata la società, quanto siano cambiate la scuola, le famiglie, la tecnologia e persino le parole con cui raccontiamo le differenze. Ma sono soprattutto abbastanza per capire che dietro un’associazione non ci sono soltanto uno statuto, un nome, una sede o un calendario di iniziative. Ci sono persone. Persone che rispondono a un telefono, incontrano una famiglia disorientata, ascoltano un genitore, affiancano un ragazzo, parlano con un insegnante, organizzano un evento, preparano materiali, studiano, si formano, cercano strumenti nuovi e, molto spesso, dedicano tempo ed energie a problemi che dall’esterno possono sembrare piccoli ma che, per chi li sta vivendo, occupano tutto l’orizzonte. È probabilmente da qui che bisogna partire per raccontare i primi dieci anni di NemoDSA: non dai numeri, ma dalle persone che hanno dato un significato a quei numeri.

Dal 2016 a oggi: mentre cambiava il mondo dell’inclusione

NemoDSA nasce a Nola, in provincia di Napoli, nel 2016, come libera associazione dedicata all’assistenza e al supporto delle persone coinvolte nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Nel tempo l’orizzonte si amplia: dall’attenzione originaria ai DSA l’organizzazione estende il proprio impegno ai Bisogni Educativi Speciali, coinvolgendo non soltanto bambini e ragazzi, ma anche famiglie, insegnanti, educatori e professionisti. È un passaggio importante, perché racconta bene l’evoluzione dell’associazione: dalla risposta a una difficoltà specifica alla costruzione di una cultura più ampia dell’inclusione.

Il nome stesso custodisce una dichiarazione d’intenti: NemoDSA – Nessuno Deve Scalare Alberi. L’immagine è immediata. Se chiedessimo a individui profondamente diversi di dimostrare il proprio valore attraverso la stessa prova, finiremmo inevitabilmente per confondere la differenza con l’incapacità. È un concetto semplice, ma contiene una delle questioni più profonde dell’educazione: essere inclusivi non significa pretendere da tutti la stessa prestazione con gli stessi strumenti; significa costruire le condizioni perché ciascuno possa esprimere ciò che sa e ciò che può diventare. Già nei primi anni questa visione prende una forma istituzionale. Una documentazione del 2019 ricorda l’iscrizione di NemoDSA all’Albo comunale delle associazioni di Nola nel 2017 e al Registro Regionale del Volontariato della Campania nel 2019; nello stesso periodo l’associazione risulta riconosciuta, per l’anno scolastico 2018-2019, per iniziative di formazione e aggiornamento rivolte al personale scolastico a carattere regionale.

E mentre NemoDSA cresce, cambia anche il contesto nel quale opera. Negli ultimi dieci anni la scuola italiana ha dovuto confrontarsi sempre più apertamente con il tema delle differenze, delle fragilità e dei bisogni individuali. I dati più recenti di ISTAT, pur riferendosi specificamente agli alunni con disabilità e quindi a un perimetro diverso da quello complessivo dei BES e dei DSA, restituiscono la dimensione del cambiamento: nell’anno scolastico 2024-2025 gli alunni con disabilità nelle scuole italiane erano quasi 377 mila, pari al 4,8% degli iscritti, una quota quasi raddoppiata rispetto a dieci anni prima. Nello stesso periodo sono aumentate le risorse e la specializzazione, ma permangono criticità importanti, tra cui la discontinuità del sostegno: il 59,7% degli alunni con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno. Sono numeri che aiutano a comprendere perché il lavoro delle associazioni, delle famiglie, degli educatori e dei professionisti continui a essere necessario. L’inclusione, infatti, non si realizza con una dichiarazione di principio. Richiede continuità, competenze, ascolto e reti capaci di dialogare.

Dall’assistenza alla costruzione di una rete

In questi dieci anni NemoDSA sembra aver seguito proprio questa direzione: non limitarsi a intervenire sul singolo bisogno, ma costruire una rete intorno alla persona. Oggi l’associazione presenta un insieme articolato di attività: “Hello Nemo”, una linea telefonica dedicata alle tematiche BES e DSA; eventi informativi specialistici; spazi di ascolto per genitori e insegnanti; corsi di formazione rivolti a docenti e professionisti; workshop nelle scuole; sportello informativo. A queste attività si affianca il contributo dei professionisti iscritti e attivi nell’associazione, con competenze in ambito psicologico, pedagogico, educativo e nel tutoraggio specialistico, che contribuiscono alla costruzione di percorsi di supporto rivolti a ragazzi, famiglie e scuola.

Nel tempo, proprio il progressivo coinvolgimento di professionalità differenti ha rappresentato uno degli elementi più significativi dell’evoluzione di NemoDSA. Il sito dell’organizzazione documenta oggi la presenza di professionisti con competenze diverse nell’ambito psicologico, pedagogico, educativo e del tutoraggio specialistico. Questa evoluzione dice qualcosa di importante: un bisogno educativo raramente appartiene a una sola dimensione della vita. Dietro una difficoltà scolastica può esserci frustrazione; dietro un voto può esserci una storia di autostima; dietro una diagnosi ci sono genitori che devono imparare a orientarsi, insegnanti che hanno bisogno di strumenti, ragazzi che devono comprendere che una difficoltà non coincide con il proprio valore. Per questo il passaggio da una logica di semplice “assistenza” a una logica di presa in carico della complessità e costruzione dell’autonomia rappresenta forse uno dei risultati più importanti di questi dieci anni.

Ed è significativo che la parola scelta sia proprio autonomia. Aiutare non significa creare dipendenza dall’aiuto. Il traguardo più ambizioso è arrivare al momento in cui un bambino o un ragazzo conosce abbastanza bene se stesso da sapere quali strategie utilizzare, quali strumenti scegliere, quando chiedere supporto e come affrontare un compito senza sentirsi definito dalla propria difficoltà. In questa prospettiva, un successo non è soltanto un esercizio svolto correttamente o un voto migliore. È un ragazzo che ricomincia a provarci. È un genitore che smette di vivere ogni pomeriggio di compiti come un conflitto. È un docente che cambia il modo di presentare un’attività. È una classe che comprende che dare strumenti differenti non significa fare ingiustizie. È una famiglia che, dopo essersi sentita sola, scopre una comunità.

Quando la tecnologia smette di essere un accessorio

C’è poi un altro filo che attraversa la storia di NemoDSA: quello della tecnologia. Ed è interessante scoprire che non nasce con l’intelligenza artificiale. Già nella documentazione scolastica relativa agli anni precedenti alla grande esplosione dell’AI generativa, NemoDSA compare come realtà capace di offrire supporto ai docenti nell’individuazione di materiali e software adeguati agli alunni con DSA. Nel PTOF del Circolo Didattico di Saviano relativo al periodo 2016-2019 viene inoltre indicato il contributo dell’associazione rispetto a banche dati, supporti didattici e sviluppo del pensiero computazionale, oltre alla partecipazione come partner nell’ambito del progetto “Digit@lmente Cre@tivi”. È un dettaglio che, visto dal 2026, assume un valore particolare: l’innovazione tecnologica non appare come un’aggiunta improvvisa alla storia dell’associazione, ma come l’evoluzione di un’idea presente da tempo, cioè che gli strumenti possono abbattere barriere quando vengono scelti in funzione della persona.

In dieci anni la tecnologia educativa è cambiata radicalmente. Software compensativi, sintesi vocale, mappe digitali, strumenti collaborativi, videoconferenze, piattaforme online e ambienti di apprendimento hanno progressivamente ampliato le possibilità di intervento. Lo stesso sito NemoDSA evidenzia che alcune forme di supporto possono avvenire a distanza attraverso strumenti tecnologici e che, previa valutazione dei professionisti, alcuni servizi possono essere accessibili anche a persone residenti in altre regioni mediante consulenze, chat o videochiamate. La distanza geografica, dunque, può diventare meno determinante. E questo è uno degli impatti più silenziosi della trasformazione digitale: non sostituisce la relazione, ma può permettere alla relazione di arrivare dove prima arrivava con maggiore difficoltà.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale. Ed è forse qui che il decennale incontra più chiaramente il futuro. Tra il 2016 e il 2026 siamo passati da un mondo in cui parlare di AI nell’attività educativa quotidiana sembrava quasi fantascienza a uno nel quale strumenti generativi possono produrre testi, riassunti, schemi, domande, spiegazioni differenziate e materiali in pochi secondi. Per una realtà che lavora sull’individualizzazione dell’apprendimento, è impossibile ignorarne il potenziale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarla una scorciatoia o, peggio, un sostituto della competenza professionale. L’AI può entrare nei processi come strumento di supporto all’organizzazione, all’elaborazione delle informazioni, alla produzione e adattamento dei materiali, alla comunicazione e alla progettazione, ma la responsabilità educativa deve restare umana. Il professionista osserva ciò che un algoritmo non vede, interpreta il contesto, riconosce una paura dietro un silenzio, comprende quando una strategia tecnicamente corretta non è quella giusta per quella persona. L’intelligenza artificiale può aumentare la capacità operativa; non può sostituire l’intelligenza relazionale.

Non è soltanto una scelta di buon senso. La stessa UNESCO, nelle proprie linee guida sull’intelligenza artificiale generativa nell’educazione e nella ricerca, indica la necessità di un approccio human-centred, nel quale la tecnologia sia valutata dal punto di vista pedagogico ed etico e venga utilizzata salvaguardando l’azione e la responsabilità umana, la privacy, l’equità e l’inclusione. Anche il quadro europeo invita alla prudenza: l’AI Act riconosce le opportunità dell’intelligenza artificiale nell’istruzione, ma considera particolarmente delicati gli utilizzi capaci di incidere sulla valutazione o sul percorso educativo delle persone, proprio per le conseguenze che decisioni automatizzate possono avere sul futuro di uno studente e per il rischio di discriminazioni, anche nei confronti delle persone con disabilità. Per NemoDSA questa può diventare una nuova frontiera della propria missione: non utilizzare l’AI perché è di moda, ma imparare a utilizzarla perché possa rendere il lavoro umano più efficace, accessibile e personalizzato senza rinunciare alla centralità della persona. La vera innovazione, del resto, non consiste nell’avere lo strumento più nuovo. Consiste nel sapere perchéquandocome e soprattutto per chi utilizzarlo.

Dieci anni che non si possono raccontare soltanto attraverso i risultati

Quando si celebra un anniversario si è naturalmente tentati di costruire un elenco: quanti eventi, quanti ragazzi, quante famiglie, quanti professionisti, quante scuole, quanti progetti. Sono dati importanti e sarebbe utile conservarli, misurarli e raccontarli sempre meglio. Ma esiste una parte dell’impatto di NemoDSA che difficilmente può essere racchiusa in un foglio di calcolo. È l’impatto generato dalle relazioni. Ogni volta che un volontario ha risposto a una richiesta di informazioni, ogni volta che un professionista ha dedicato tempo all’ascolto, ogni volta che un tutor ha cercato una strada diversa perché quella precedente non funzionava, ogni volta che una famiglia è stata accompagnata nella comprensione di un PDP o di un PEI, ogni volta che un insegnante ha partecipato a un incontro formativo, si è prodotto qualcosa che spesso non appare nelle statistiche ma modifica concretamente una vita.

È questo il lavoro meno visibile delle associazioni. Dietro un evento pubblico ci sono telefonate, riunioni, autorizzazioni, messaggi, preparazione. Dietro un percorso educativo ci sono osservazione, studio, confronto e correzioni continue. Dietro la parola “volontariato” ci sono ore sottratte al tempo personale. Dietro una risposta data con serenità può esserci qualcuno che ha studiato per anni per essere in grado di darla. Dietro dieci anni di attività ci sono inevitabilmente anche difficoltà, tentativi non riusciti, momenti di stanchezza, cambiamenti organizzativi, responsabilità crescenti. Raccontare soltanto i successi renderebbe questa storia meno vera. Il valore sta anche nell’essere rimasti presenti mentre tutto cambiava.

Dal 2016 al 2026 è cambiata NemoDSA, ma sono cambiate soprattutto le domande alle quali è chiamata a rispondere. All’inizio la necessità poteva essere soprattutto quella di diffondere conoscenza sui DSA e combattere pregiudizi ancora molto radicati. Poi l’orizzonte si è esteso ai BES, alla formazione, al sostegno delle famiglie, all’interdisciplinarità, alla dimensione psicologica, all’autonomia. Nel frattempo sono arrivati la didattica digitale, i servizi a distanza, nuovi strumenti compensativi e infine l’intelligenza artificiale. Ma, osservando questo percorso, si scopre qualcosa di paradossale: più gli strumenti diventano sofisticati, più diventa importante la componente umana.

Un algoritmo può generare cento esercizi differenti. Un professionista deve capire quale proporre. Una piattaforma può registrare centinaia di informazioni. Una persona deve attribuire loro un significato. Un’intelligenza artificiale può riscrivere un testo in una forma più semplice. Un educatore deve capire se quella semplificazione aiuta davvero quel ragazzo oppure lo sta privando di una possibilità di crescita. La tecnologia può moltiplicare le opzioni; l’essere umano continua ad avere la responsabilità della scelta.

Ed è forse questa la riflessione più importante che i dieci anni di NemoDSA consegnano al futuro. Inclusione non significa rendere tutti uguali. Significa permettere alle differenze di non trasformarsi in disuguaglianze. Non significa abbassare le aspettative, ma cambiare le strade attraverso cui consentiamo alle persone di raggiungerle. Non significa eliminare ogni difficoltà, ma evitare che una difficoltà diventi un’etichetta capace di definire l’intera persona. È una distinzione fondamentale, soprattutto in un’epoca che tende a misurare velocemente tutto: prestazioni, risultati, tempi, produttività. Educare, invece, richiede anche la capacità di aspettare.

2016–2026: il risultato più importante è ciò che continua

Guardando indietro, dunque, vediamo un’associazione nata nel 2016 a Nola intorno ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento e progressivamente cresciuta verso una visione più ampia dei Bisogni Educativi Speciali. Vediamo il riconoscimento nel sistema del volontariato, le collaborazioni con il mondo scolastico, la formazione, gli eventi, gli sportelli, l’ascolto, l’attenzione agli strumenti digitali, il progressivo coinvolgimento di professionisti con competenze diverse e la costruzione di una rete multidisciplinare, fino all’ingresso in una nuova fase nella quale anche l’intelligenza artificiale può diventare parte del patrimonio di strumenti a disposizione. Ma se dovessimo condensare questi dieci anni in una sola parola, probabilmente non sarebbe “tecnologia”, né “DSA”, né “BES”. Potrebbe essere possibilità.

La possibilità per un bambino di scoprire che esiste più di un modo di imparare. La possibilità per un adolescente di non identificarsi con le proprie difficoltà. La possibilità per una famiglia di trovare qualcuno che ascolti prima di giudicare. La possibilità per un insegnante di acquisire uno strumento in più. La possibilità per professionisti con competenze diverse di lavorare insieme. La possibilità di usare la tecnologia non per standardizzare ulteriormente le persone, ma, paradossalmente, per riconoscerne meglio l’unicità.

Dieci anni dopo, la metafora dell’albero continua quindi a funzionare. Forse oggi più di prima. Perché nel frattempo abbiamo costruito strumenti straordinariamente potenti e potremmo cadere nella tentazione di utilizzarli per chiedere a tutti di correre più velocemente, imparare più rapidamente, produrre di più. La lezione di NemoDSA suggerisce la direzione opposta: prima di valutare qualcuno sulla sua capacità di scalare un albero, dovremmo domandarci se quell’albero rappresenti davvero il modo migliore per consentirgli di mostrare ciò che sa fare.

E allora il decimo anniversario non dovrebbe essere soltanto una celebrazione di ciò che è stato. Dovrebbe diventare una domanda su ciò che verrà.

Come sarà NemoDSA nel 2036?

Probabilmente utilizzerà tecnologie che oggi non esistono ancora. L’intelligenza artificiale sarà più potente, gli strumenti educativi saranno più personalizzati, la distanza tra presenza fisica e digitale sarà ancora più sottile. Forse cambieranno le diagnosi, le metodologie, le normative e persino il nostro modo di intendere l’apprendimento. Ma c’è qualcosa che nessuna innovazione dovrebbe cambiare: la capacità di guardare la persona prima della difficoltà, il potenziale prima del limite, la storia prima dell’etichetta.

Perché una tecnologia diventa inclusiva soltanto quando qualcuno decide di usarla per includere.

Un servizio diventa accoglienza soltanto quando qualcuno dedica tempo ad ascoltare.

Un’associazione diventa comunità soltanto quando le persone scelgono, giorno dopo giorno, di prendersene cura.

Ed è per questo che 2016–2026 non racconta soltanto i primi dieci anni di NemoDSA. Racconta dieci anni di persone che hanno creduto che nessuno debba essere giudicato sulla base di un unico modo di apprendere, di comunicare o di dimostrare il proprio valore.

A loro, ai volontari, ai professionisti, alle famiglie, agli insegnanti, ai collaboratori, ai ragazzi e a tutti coloro che hanno attraversato questa storia, appartiene il risultato più importante.

Non semplicemente essere arrivati a dieci anni.

Aver fatto in modo che, in questi dieci anni, qualcuno potesse trovare la propria strada senza essere costretto a scalare l’albero di qualcun altro.